La carne dell’orso

[Campo Base Emilia] Samuele e Ruffo sono rientrati questa mattina al Campo Base accolti da Nicola, Mauro e da acqua calda per riscaldarsi dal freddo dei “piani alti”. Questa sera hanno festeggiato con il lusso di una torta, insieme agli amici del Campo Base. Domani scenderanno alla “civiltà” nel paesino di Samagoan. Da lì, noi che stiamo qui ai “piani bassi”, aspetteremo  i dettagli di queste straordinarie giornate e parecchie foto.

Anche se forse non basteranno a capire del tutto il senso profondo di stare lassù, ci avvicineranno almeno di uno 0,1% al senso di fatica, di gioia, di sacrificio e di grande bellezza.

Molto spesso sia gli appassionati di montagna sia  i “profani” chiedono “un perché“. Un perché a tutto questo, un perché di una vetta, il perché di un ottomila.  Ognuno ha la propria risposta, oppure non è ha.

Io l’ho avuto l’impressione di trovarla qualche tempo fa in un racconto.

Un racconto non di un grande alpinista, ma di un ottimo essere umano. Quell’ottimo essere umano era Primo Levi e il suo racconto è “Ferro” dedicato all’amico Sandro Delmastro.

Io oggi non saprei trovare parole migliori da dedicare a Nicola, Sam, Ruffo e Mauro, per il loro ritorno a casa  (il racconto completo è qui).


Dôma, neh?” mi disse un giorno, a febbraio: nel suo linguaggio, voleva dire che, essendo buono il tempo, avremmo potuto partire alla sera per l’ascensione invernale del Dente di M’, che da qualche settimana era in programma.

Dormimmo in una locanda e partimmo il giorno dopo, non troppo presto, ad un’ora imprecisata (Sandro non amava gli orologi: ne sentiva il tacito continuo ammonimento come un’intrusione arbitraria); ci cacciammo baldanzosamente nella nebbia, e ne uscimmo verso la una, in uno splendido sole, e sul crestone di una cima che non era quella buona.

Allora io dissi che avremmo potuto ridiscendere di un centinaio di metri, traversare a mezza costa e risalire per il costone successivo: o meglio ancora, già che c’eravamo, continuare a salire ed accontentarci della cima sbagliata, che tanto era solo quaranta metri più bassa dell’altra; ma Sandro, con splendida malafede, disse in poche sillabe dense che stava bene per la mia ultima proposta, ma che poi, “per la facile cresta nord-ovest” (era questa una sarcastica citazione dalla già nominata guida del Cai) avremmo raggiunto ugualmente, in mezz’ora, il Dente di M’; e che non valeva la pena di avere vent’anni se non ci si permetteva il lusso di sbagliare strada.

La facile cresta doveva bene essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.

E per scendere?

– Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora: il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale. Ci eravamo tolte le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea, che pareva venire dalla neve e non dal cielo, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline.

Ma tornammo a valle coi nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.

Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella ed in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.

Questo articolo ha 39 commenti

  1. Luca Giampellegrini

    Grandi, grandi, grandi!!! Un inchino per vostra impresa. Super samu, ti aspetta una carciofa da pepen….te la sei guadagnata.

  2. Daniele

    Mitici, avete mangiato la carne dell’orso a grandi morsi!

  3. Marco Moncigoli

    …siete dei grandi!!!…null’altro da dire!

  4. Maura

    Bella dedica e direi…. molto azzeccata.
    Complimenti Campo Base Emilia!

  5. Marco Pastore

    Grandissimi!!! E un complimento particolare al mio amico Sam, uno che non molla mai!

  6. Emilio

    Ciao Sam,
    ti esprimo immensa gratitudine per la dimostrazione di come deve essere un Uomo,
    questa è “solo” l’ultima delle grandi cose che sai fare!
    Emilio